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LLe acque che puzzano

30 agosto: Acque che puzzano, fanghi che maturano e camere d’aria di camion

Un viaggio leggero tra fonti termali e ricordi

C’è un odore che non si scorda.
A Cormons, negli anni Sessanta, quando eravamo ragazze e ragazzi e andavamo alla Fontana del Faet, lo sentivi già da lontano. Quella puzza di uova marce che annunciava: «Siamo arrivati». Non era un luogo elegante, era un posto nostro. Si chiacchierava, si stava in compagnia, e intorno c’erano sempre persone (soprattutto più anziane) che arrivavano con le bottiglie a riempirle. «L’acqua che fa bene», dicevano. E noi ridevamo, ma intanto ci stavamo anche noi, a berla con le mani a coppa e a rinfrescarci il viso. Poi tornavi a casa e per mezza giornata portavi con te quel profumo… e tutti sapevano dove eri stata.

Anni dopo, nel 2012, scoprirono che la Fontana del Faet in realtà non cura proprio niente. Chissà se gli anziani di allora lo avrebbero preso bene… Noi, onestamente, non ci avremmo rinunciato lo stesso.

Poi c’è il fango. Non un fango qualsiasi: quello delle Terme Euganee, che “matura” come un vino. Lo lasciano a riposo per cinquanta-sessanta giorni in vasche di acqua termale, finché non si riempie di alghe e microrganismi. Diventa vivo, quasi un farmaco naturale. Quando te lo stendono addosso hai la strana sensazione di essere cosparsa di qualcosa che ha aspettato pazientemente di diventare utile. La mia “fanghina” ormai mi conosceva: se esagerava con il calore, bastava uno sguardo e si regolava.

E se il fango matura, la birra si beve… e ci si tuffa dentro. Nelle beer spa ti immergi in tini di legno pieni di acqua calda, luppolo, malto e lievito, mentre a bordo vasca hai lo spillatore a portata di mano. «Salus per cerevisiam», dicono. Io non ci sono mai stata… ma ogni tanto ci penso, specialmente di domenica, quando il tempo sembra fatto apposta per cose un po’ folli e un po’ dolci.

Infine le acque calde ungheresi di Hévíz.
All’ingresso ti affittavano proprio le camere d’aria delle ruote dei camion: quelle grosse, nere, di gomma spessa. Te le gonfiavano e te le davano perché tu potessi galleggiare sul lago termale senza affondare. Un pezzo di camion trasformato in salvagente, in mezzo alle ninfee.
Poi l’acqua. Calda, potente, un po’ puzzolente anche lei. Dopo venti minuti ti toglie le forze. Io e mio marito non ci credevamo. «Ma dai, esagerano».
Risultato: usciti dalla vasca (e dalla camera d’aria) come due stracci, a guardare il mondo con aria stupefatta.

Alla fine è sempre la stessa cosa: un odore strano, un’acqua che esce da chissà dove, e la gente che ci va. Chi per curarsi, chi per stare in compagnia, chi solo perché quel posto, in qualche modo, gli appartiene.

Come la Fontana del Faet, negli anni Sessanta, quando eravamo giovani e l’odore di zolfo era solo il segnale che eravamo arrivati.
E forse, in fondo, lo è ancora.

Terme Romane Lux

Trok
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LuxLucis

pensionata, con il pallino informatico, tecnologico, iPaddistico ...

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