Quando il botto fece crollare il ponte
La storia dimenticata che tagliò in due una terra e un destino.
Il Cavaliere rimase a lungo davanti alla grande pianura.
«Abbiamo ricordato le isole, le sorgenti, le terme,le guerre e le bonifiche”
«Ora resta da capire perché la strada si è interrotta là, e perché dall’altra parte del canale si vede ancora il moncone di un ponte che non arriva più a nessuna riva.»
Briciola abbaiò piano, come per dire: “Quella è una storia che brucia ancora.”
“Si racconta che fosse il 1945…”
La guerra stava finendo, ma la paura no.
Qualcuno disse che sul ponte che attraversava il Canale LOCOVAZ transitava un convoglio carico di mine diretto a Trieste.
Dovevano servire per difendere il porto.
Ma qualcosa andò storto.
“C’è chi parlò di un errore, chi di un sabotaggio, chi soltanto di un boato che fece tremare il Lisert…”
Un botto terribile.
Le mine esplosero all’improvviso.
Il cielo si oscurò di fumo e di pezzi di ferro.
L’acqua ribolli. La terra tremò.
Chi era nei dintorni raccontò di aver sentito il boato fino a Monfalcone, e di aver visto una colonna di fiamme alta come un campanile.
“Da allora, molti iniziarono a raccontare che il ponte fosse saltato in aria…” e quel giorno non fu più ricostruito.
La guerra era finita.
Ma il territorio era spezzato.
La strada si interruppe, la gente dovette cercare altri percorsi, e il canale divenne un confine silenzioso.
Oggi, se guardi bene, lì dove la strada si ferma nel nulla, puoi ancora vedere i resti del ponte spezzato: pilastri spezzati, ferraglia arrugginita, come ossa di un gigante addormentato.
«È come se il tempo si fosse fermato in quel momento preciso» disse il Cavaliere.
Briciola annusò l’aria e si sedette.
«Questa storia non la dimenticheremo.»
E così, il Lisert ha imparato a vivere con le sue ferite aperte, ma anche con la forza di chi non dimentica.
———————— Commento storico—————-
La storia del ponte spezzato sul canale Locovaz (nell’area del Lisert, a Monfalcone) fonde elementi di profonda verità storica con le suggestioni della narrazione popolare e letteraria.
Ecco quali fondamenti storici possiede il racconto e dove, invece, interviene la licenza narrativa:
1. Il contesto bellico e il nodo strategico del Lisert (Veritiero)
- La zona di confine e la ritirata del 1945: Il territorio del Lisert e il canale Locovaz sono stati teatro di importanti snodi strategici durante la Seconda Guerra Mondiale e nei giorni immediatamente successivi alla Liberazione (maggio 1945).
- La polveriera e i movimenti di truppe: L’area di Monfalcone, vicinissima a Trieste e al confine orientale, era densamente fortificata. I tedeschi in ritirata e le forze occupanti gestivano ingenti quantità di materiale bellico, munizioni ed esplosivi destinati sia alla difesa dei porti sia al presidio della linea costiera verso il Carso.
2. Le “ferite” del territorio e la toponomastica (Veritiero)
- Il canale Locovaz: È un canale reale situato nella zona industriale e portuale di Monfalcone (vicino a Marina Nova e alla Strada Statale 14). Storicamente, quest’area racchiude stratificazioni antichissime (persino resti di un ponte romano risalente all’epoca augustea emersi durante i lavori di dragaggio del Novecento).
- La natura di “confine e passaggio”: Il Lisert è da sempre un luogo di transito forzato, segnato da infrastrutture, autostrade, ferrovie e canali che spezzano e ricompongono il territorio tra la Bassa Friulana e il Carso triestino.
3. Gli elementi di finzione o leggenda (La “voce” del narratore)
- Il mito fondante della mina saltata: Sebbene episodi di depositi di mine esplosi a causa di sabotaggi, bombardamenti o incidenti fossero all’ordine del giorno nel caos del maggio 1945 lungo la costa adriatica, l’episodio specifico del convoglio di mine saltato in aria sul ponte del Locovaz, così come viene evocato nella narrazione poetica (con Briciola e il Cavaliere), appartiene alla mitologia locale e alla drammatizzazione letteraria. Più che un resoconto storiografico puntuale di un singolo evento documentato con precisione geometrica, è una metafora narrativa.
- La funzione della storia: Il racconto usa il “ponte spezzato” come un simbolo tangibile (un patema visivo) per spiegare le ferite della Seconda Guerra Mondiale sul confine orientale: un territorio tagliato a metà, segnato da fratture geopolitiche e umane che la memoria collettiva fatica a ricucire, proprio come quel moncone di cemento che non arriva più all’altra riva.
In sintesi, il racconto non è un verbale dei carabinieri o una pagina di storiografia militare, ma una rielaborazione letteraria che parte da un paesaggio reale e ferito — quello del Lisert e del Locovaz — per trasformare i resti materiali della guerra in un monumento alla memoria e alla resilienza del territorio.







